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Camera 213

Il booktrailer ufficiale

Un’intrigante concept anthology
curata da Daniela Cattani Rusich

con la prefazione di Paolo Franchini

Sorta nel 1930, la casa di cura “Paradiso” ospitava persone con problemi mentali. Era, a tutti gli effetti, quello che allora veniva comunemente chiamato manicomio. Molte anime si succedettero in quelle stanze di dolore e di pazzia fino a quando, a causa della guerra e per carenza di fondi, la struttura semi-distrutta venne chiusa definitivamente.

Qualche anno dopo, due giovani coniugi, grazie a una convenzione statale, riscattarono e ristrutturarono l’edificio ormai in rovina, trasformandolo in albergo. Un albergo molto particolare… Le grida disperate, le scosse di elettroshock e il cigolio di catene e di porte delle celle d’isolamento ancora riecheggiavano nell’aria, diffondendosi con il proprio influsso invisibile nelle stanze e sulle persone.

Ma il prossimo futuro riserverà ulteriori sorprese a questa dimora: cosa accadrà infatti quando anche l’Hotel Paradiso cambierà “destinazione”?
Lo scoprirete leggendo le pagine di questo libro, come in un viaggio avventuroso e fantastico, che solo l’arte della scrittura può farci vivere: non una semplice raccolta di racconti, bensì una Concept Antology nella quale personaggi, storie, incubi e misteri sono legati l’uno all’altro da un labile ma tenace filo di follia.

I 13 autori sono Federica Bazzana, Patrizia Birtolo, Matteo Mancini, Vincenza Giubilei, Ilaria Baroli, Gennaro Napolitano, Daniela Zaccuri, Massimo Barzaghi, Diana Giannunzio, Ariase Barretta, Emma Bricola, Tiziana Monari, Franco Melzi.

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Camera 213 – AA.VV.
Onirica edizioni

Prima edizione Marzo 2011
ISBN 9788896797211

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La prefazione di Paolo Franchini

Robert Bloch, Agatha Christie, Stephen King. Un motel, una pensione, un albergo. Tre grandi autori, tre differenti ambientazioni, tre storie eccezionali: Psycho, Trappola per topi, Shining.

Tre vicende straordinarie, insomma, le prime che i ricordi mi hanno fatto scivolare nella mano che muove la biro sulla carta, tre opere che l’inchiostro più nero ha reso immortali e che i riflettori del cinema, e del teatro, hanno poi consegnato all’immaginario di ognuno, esaltandone le tinte più decise quanto le sfumature più tenui. La nostra esistenza, dopotutto, è anche un hotel. Proprio così: la nostra vita, sovente, non è che questo e, cosa ovvia, a prescindere dal numero di stelle che troviamo dipinte sull’insegna all’ingresso.

Che sia questo il motivo del vero successo di tutte quelle storie che vengono fatte vivere fra le camere d’albergo?

In effetti, se riflettiamo per un istante, quasi sempre si tratta di vicende che riescono a lasciare il segno. Quando le troviamo sulla carta che incidono con cattiveria, in particolar modo. E sono tratti profondi come ferite. Tagli, lacerazioni, non semplici graffi. Incontri, amori, affari, timori. E poi sogni, dolci e tiepidi, ma anche visioni fredde e angosciose. Incubi, insomma. Le camere d’albergo accolgono, ma è un ospitare che spaventa comunque, il loro; un cortese asilo che l’inconscio non fatica a trasformare in prigionia.

Galere senza sbarre alla finestra e con il frigobar sempre rifornito, questo sì, ma pur sempre case di pena. Luoghi di permanenza temporanea e, al contempo, di soggiorno obbligato, spazi capaci di metterci a disagio in un attimo. Può bastare un cigolio nella stanza accanto a farci piombare nel fastidio, per via di un cardine che qualcuno ha scordato di oliare a dovere o per il passo deciso di chi tormenta il pavimento del corridoio nel cuore della notte, ombra che appartiene a mille ombre.

Ognuno, poi, queste stupide ansie non bastassero, possiede il ricordo di un risveglio confuso – uno per non ricordarne di più – figlio di un sonno consumato su un cuscino scomodo seppur morbido. Attimi di turbamento, di palpebre incollate e di sbadigli amari che affidiamo a quel luogo altrui, a quell’angolo di altrove che riconosciamo solo dopo un istante e che sempre, e comunque, appare eternità.

La nostra esistenza, come detto, non è che un hotel, un alloggio in cui, talvolta, siamo addirittura ospiti di noi stessi, fra corridoi da percorrere, stanze da occupare e conti che non si possono, né si devono lasciare in sospeso. Perché la vita è anche una teoria di porte da aprire, punteggiata di maniglie fredde che dobbiamo tirare ogni volta con il timore e il rispetto dovuti all’incertezza.

Al dubbio che sappiamo nascondersi, vigliacco, in quella speranza che riesce sempre a convincerci – illuderci, per meglio dire – di aver spalancato l’uscio giusto.

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Il link al libro sul sito dell’editore

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