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LibriAMOci, anno 2011

Introduzione all’antologia edita per la IV edizione (AA.VV.)

Sarò onesto, ragazzi miei: alla fine, qualcosa di sé sfugge sempre. Oramai è chiaro a chiunque scriva. Accade fra le pagine di un romanzo quanto nei temi scolastici e succede ai cosiddetti scrittori come agli studenti costretti a farlo. E basta una sola parola, talvolta, non serve una frase intera o una pagina fitta di righe. Perché raccontare (e raccontarsi) non è che un bisogno. Una necessità. Un desiderio, talvolta. Mai un errore o una svista, comunque.

Quello che siamo o pensiamo, ci piaccia o meno, trapela e racconta, si dà alla fuga e rivela. Parla sempre di noi, insomma, mentre gocciola dalla biro che lasciamo correre sulla carta o quando colora lo schermo di un PC.

Meglio rassegnarsi una volta per tutte, quindi: non esiste alcun travestimento in grado di cambiare questa realtà, possiamo far parlare fantasmi, extraterrestri, illusionisti o “semplici” poliziotti, ma la sostanza non cambia. Non c’è maschera che tenga. Quando si mettono in fila le parole, accade sempre così; non bisogna avere timori, però, perché questa è solo una delle tante, tantissime magie che si nascondono nello scrivere. Magie che si occultano anche nella lettura, ugualmente intense seppur diverse.

L’iniziativa “LibriAMOci” – per arrivare al dunque – ci ha messo in mano una bacchetta magica, non solo una semplice matita. Visto? Mi sono ritrovato a parlare al plurale: anch’io vi sto raccontando qualcosa di me, dunque, coinvolto in questa stregoneria di fogli e inchiostro quanto voi, in questo gioco di prestigio che, mai come questa volta, va giocato a carte scoperte, senza trucchi e senza inganni.

Conclusa da poco la lettura dei tanti racconti di questa quarta edizione, mi sono reso conto – con mia grande sorpresa – di essere nascosto in ognuna delle vostre storie. In ogni singola riga, potrei quasi dire. Lì con voi, insieme a quello che conosco, so e capisco, in compagnia dei miei timori e desideri, insieme a tutto quello che, dopo quasi trent’anni, porto ancora con me. E che non mi lascerà mai. Albert Einstein, d’altronde, l’ha sempre sostenuto: la vera istruzione e la vera cultura sono ciò che rimane con noi dopo che abbiamo scordato tutto quello che ci ha insegnato la scuola.

Con la lettura dei vostri racconti mi sono rivisto fra i banchi della Dante e lungo la salita che porta all’uscio della scuola, una scuola che – ebbene sì – sento ancora mia. Mi sono ritrovato in coda dal libraio, con i miei genitori, per quei testi che non erano mai tutti quelli che avevi ordinato settimane prima. E che poi, piacesse o meno, andavano subito ricoperti con la carta da pacchi e non si potevano scarabocchiare. Mi sono arrampicato di nuovo sul quadro svedese scricchiolante, ho sentito ancora il trillo della campanella e le briciole di cracker nelle tasche, l’odore del gesso e il suo fischio sulla lavagna, sebbene mi sia chiesto più volte se esistano ancora le lavagne nere su cui ho scritto e disegnato. E ho rivissuto, soprattutto, le ultime settimane in terza, quelle giornate fatte di studio in vista degli esami e zeppe di paure per quello che avrei affrontato dopo le canoniche tre settimane d’agosto al mare, quei momenti di sconforto per i compagni che, inevitabilmente, avrei perso di vista una volta ammesso alla prima superiore.

Il motivo? Semplice, davvero semplice: per quanto possano variare gli anni sul calendario, i nomi dei compagni di classe e degli insegnati (e dei personaggi dei cartoni animati, dannazione!), non cambia tutto il resto. Perché è giusto così, in fondo, perché è corretto che non cambi. Come è corretto, a questo punto, che io vi ringrazi per tutto quello che mi avete regalato senza neppure rendervene conto.

Paolo Franchini, maggio 2011.

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