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Tre corti da paura

Prefazione alla raccolta di E. Pessina

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La penna di Enrico Pessina, come già dimostrato dai suoi precedenti lavori noir, non si muove sulla carta solo per raccontare: la sua, lasciatemelo dire, è una di quelle biro cattive che spandono inchiostro sino squarciare l’anima per fotografarne il quotidiano.

Non sono semplici immagini del consueto le sue, bensì vivide istantanee di quell’oggi ambiguo che più riesce a spaventarci. Giornali e notiziari, ognuno lo sa, non fanno altro che confermare quanto il “non plausibile” sia oramai parte integrante della realtà, di quella malata ordinarietà dell’oggi con cui siamo costretti a fare i conti, sebbene non ci piaccia affatto.

Non passa giorno, purtroppo, che ciò non accada ed è anche per questo, ma non solo, che Enrico Pessina spaventa davvero. Lo fa accompagnandoci per mano, lasciandoci avvicinare alla paura in punta di piedi, rivelandoci con un sussurro dove si trovano gli angoli più oscuri della nostra ideale (o idealizzata) tranquillità: il marciapiede grigio del supermarket sotto casa, il pianerottolo lustro di un elegante quanto anonimo palazzo di città, il piccolo box nel quale proteggiamo la nostra auto e le tante cianfrusaglie di cui non sappiamo liberarci. Un istante, poi, e ci ritroviamo all’inferno. Trascinati per i capelli, senza pietà né possibilità di scampo.

A questo narratore della cattiveria, credetemi, non serve che un attimo per portarci con sé; prende in giro le nostre certezze, divertendosi con la psiche e la pazzia proprio dove il confine che le separa si fa sottile come la più tagliente delle lame. Vittime e carnefici giocano a tutto campo e Pessina corre con loro, a perdifiato, arbitro severo e imparziale di quella folle partita che, ogni volta, non proclama vincitori. Perché non può farlo e, forse, perché non deve neppure. Incontri senza regole quelli di Enrico, sfide lanciate al lettore usando parole misurate, e scenari noti a tutti, per dare vita a protagonisti obbligati a muoversi con assoluta libertà d’azione, uno dei tanti cardini indispensabili nelle storie feroci che si rispettino.

Wolfgang Sofsky, nel saggio Il paradiso della crudeltà, non gira intorno alla questione e sconvolge chi legge con una frase tanto breve e semplice quanto terribile: “La libertà dei lupi è la morte degli agnelli”.

Enrico Pessina, è chiaro, questo elementare concetto l’ha capito bene. E ne lascia traccia. Con la sua penna affilata e il suo stile diretto, rapido e incisivo. Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina.

Storia dopo storia.

(Dicembre 2008)

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