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Tommaso Fabiograsso, giornalista freelance

Illustrazione di Chiara Dattola

Illustrazione di Chiara Dattola

Mi chiamo Tommaso Fabiograsso, sono nato nel ’70 e faccio il cronista.

Collaboro come free-lance per diverse testate e il motivo è semplice: più scrivo, più guadagno. Nel mio lavoro, non ho problemi ad ammetterlo, bisogna avere pochi scrupoli e qualche amico. Per dirla tutta, anche orecchie lunghe e penna veloce. Chi mi ha insegnato il mestiere, anni fa, non sbagliava.

Mi sono trasferito a Varese nel 2003. Mi sarei dovuto sposare con Giorgia, ma dopo cinque anni di fidanzamento le nostre strade si sono divise. Il motivo non ho più voglia di spiegarlo, ma sappiate che la colpa è solo sua. Lei, adesso, convive dalle parti di Gavirate con un architetto milanese, un tizio alto, secco e pieno di soldi. Si è portata via tutto, come sapevo sarebbe successo, e a me non è rimasto che un cane stupido e un mutuo che mi dissangua.

Vengo da Mantova, da Viadana per la precisione. La vita da quelle parti mi piaceva parecchio, ma devo ammettere che anche qui mi trovo bene: poca nebbia, gente tranquilla, cibo ottimo e razioni abbondanti.

Come avrete capito, sono una di quelle buone forchette che non fa più caso ai chili di troppo. E non se ne vergogna. Da quando, poi, vivo solo con Pedro, il beagle che avevo regalato a Giorgia, alla forma fisica preferisco di gran lunga quella mentale.

Dopo l’università ho viaggiato molto, non solo per lavoro, e quando affermo che qui si vive bene so di non sbagliare. Non è presunzione la mia, lasciatevelo dire, è un semplice dato di fatto. Da queste parti si può ancora scegliere cosa fare di se stessi e della propria esistenza, e dalla frenesia o dalla noia, poi, è ancora facile sfuggire. Anche a piedi.

Scrivo perché non so fare altro. Giorgia, su questo, aveva ragione.

Sui giornali, spesso, mi offrono spazio per qualche storiaccia nera e io accetto sempre e senza alcuna esitazione. Perché qualche euro in più fa sempre comodo e perché, soprattutto, di vicende da raccontare, purtroppo, ne conosco parecchie. Fatti crudi che i giornali non possono che relegare in qualche riquadro, senza nomi né foto, oppure avvenimenti che si è preferito ignorare, per motivi diversi, fino a quando il tempo, vigliacco, non li ha coperti di polvere, provando a cancellarli. O, almeno, a nasconderli per un po’.

Storie cattive che mi sono fatto narrare dagli stessi protagonisti o da tutte quelle persone che le hanno vissute sulla propria pelle, loro malgrado. E adesso, vi prego, scusatemi: ho bisogno di due dita di gin.

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